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14/10/2005
EDITORIALE: ANCORA TAGLI ALLA CULTURA



Ogni anno, tra settembre e ottobre, si ripresenta il balletto della legge Finanziaria.
Dovrebbe essere il principale strumento di cui il Governo in carica dispone per orientare e rimarcare le sue politiche future, e per provare a far marciare più velocemente la ripresa. Dovrebbe essere il documento che ogni anno apre, rafforza oppure conclude - a secondo del tempo a disposizione della legislatura - le strategie, gli obiettivi, le priorità del Paese.
Invece ogni anno la legge Finanziaria è solo un clavicembalo senza suono che solo i mass media e le lobby riescono a riempire di rumore. Ogni anno si assiste al rituale di una legge che vive alla giornata, che non ha una strategia per il futuro e non è capace nemmeno di promettere il presente. E' un proclama che nasce già vecchio e che il giorno successivo è morto, sepolto da altri proclami, da altre leggi blitz, da altre normative, da altre idee cosiddette creative che tamponano, sostituiscono, ricuciono, rabberciano. Spesso solo per il benessere di un gruppo di persone o di aziende, mai per l'interesse collettivo, mai per il Paese.
Anche per il 2006 la legge Finanziaria più che un documento di programmazione economica appare un patchwork sfilacciato, lungo da una parte, corto dall'altro, tarlato al centro.
L'unico punto fermo, cui assistiamo impotenti da ormai due lustri, è il taglio alla cultura e al turismo, ovvero quelli che, a dire di esperti, cattedratici ed economisti, sono consi-derati settori strategici dell'economia italiana.
Alla riduzione dei finanziamenti al ministero della cultura, si sommano quest'anno anche i tagli agli enti locali i quali, a loro volta - lo sappiamo benissimo - saranno costretti a ridurre le voci relative alla gestione e alla valorizzazione dei beni culturali locali.
Ci si chiede allora perché sia stata così voluta e spinta la devolution, che ha decentrato molte funzioni statali alle amministrazioni locali, se poi la si renda priva di azione e di efficacia; perché ci si impegni tanto a attribuire incarichi e a modificare i dirigenti del Ministero quanto le soprintendenze sono prive da tempo, per mancanza di mezzi, di figure professionali necessarie allo svolgimento delle sue funzioni sul territorio; ci si chiede allora perché si brighi tanto a modificare l'Enit in qualcosa che produca più immagine e qualità ai nostri servizi turistici, perché ci si dia tanto da fare per creare le agenzie regionali del turismo quando poi si è smantellato completamente quello che era uno dei pochi ministeri utili, oggi divenuto un dipartimento invisibile assorbito in un segmento delle attività produttive, e si taglino continuamente le sue risibili risorse; perché si parli tanto di terzo settore, di volontariato culturale, lo si appoggi anche finanziariamente, lo si inviti a grandi dibattiti scenografici, ma poi lo si dimentica completamente nelle fasi decisionali, nei consessi politici autorevoli, nella formazioni di una nuova idea di Italia e di Stato. „
Ecco allora che la Finanziaria appare per quello che realmente è: un documento inutile, che tira a campare, che ha una visione lontana e distorta dell'Italia e, sostanzialmente, riflette il vuoto della nostra classe politica. La quale da anni non sa quali obiettivi scegliere per il Paese eppure da anni, come un pappagallo, nei salotti bene o in vacanza, sulla spiaggia o in montagna, ripete: il nostro è un Paese d'arte e cultura, turismo e gastronomia.
Peccato però che poi tutto ricade nel dimenticatoio e si segue il seminato di un'Italia industriale, quella degli anni 60, di un Italia in fermento rivoluzionario, quella degli anni 70, di un'Italia ricca e boriosa, quella degli anni 80, dell'Italia di tangentopoli, quella degli anni 90, dove non c'è mai stata traccia di investimenti consistenti nel settore cultura e turismo. Il terzo millennio, poi, manco a parlarne. La parola cultura, in questi anni, ritorna nel silenzio delle biblioteche e il turismo è solo quello della Spagna, della Grecia e del Marocco.
Un ministro qualche giorno fa ha detto: i cinesi non riusciranno mai a copiare i nostri beni culturali.
Bene, applaudiamo. Ma allora perché non vogliamo credere che è questa la strada da perseguire, che l'investire in cultura non è una manovra aristocratica, impopolare, fiacca o antistorica. Noi siamo l'Italia, la culla dell'arte. Cominciamo a rafforzare e a rendere ancora più stupefacente questo patrimonio. Non ci vuole molto. Bastano alcuni orientamenti chiari. Il primo, smettere di tagliare i fondi a esso destinati.