LA VALLE DEI TEMPLI

 

I TEMPLI DELLA DISCORDIA

di Walter Mazzitti

Doveva essere impressionante la vista dal mare dei templi dell’antica Akragas, immersa nel verde rigoglioso della mitica vallata, specie quando il sole battente rifletteva i colori sgargianti che ricoprivano i tetti e i colonnati degli edifici.

Oggi dal mare, a fatica, si riescono ad intravedere le sagome di quel che resta di una delle più significative espressioni della cultura della Magna Grecia.

Il costone roccioso della collina sacra dalle massicce mura sgretolate, è affogato in un bagno di cemento che chiude ben distinguibile tra il colonnato del tempio della Concordia con i grattacieli di Agrigento piantati a ventaglio tra i resti dell’antica acropoli.

Purtroppo la storia di questo splendido complesso è divenuta storia di polemiche, spesso violente, di vere battaglie tra archeologi, politici, uomini di cultura e abusivi. Si, perché nella Valle di Agrigento, spettacolare incontro tra storia e ambiente, sono state realizzate in poco più di vent’anni, oltre 600 abitazioni abusive e perpetrati più di 1700 abusi di ogni genere nelle aree sottoposte a vincolo di edificabilità limitata.

È storia triste quella di Agrigento, intrisa di contraddizioni, di elusioni, collusioni, di malcostume, cose che non fanno onore a un Paese che ha avuto la fortuna di ospitare un patrimonio tra i più straordinari, ma che ha il dovere morale di proteggerlo, per la sua valenza universale, nell’interesse del mondo intero.

Dopo la frana che sul finire degli anni Sessanta sconvolse il quartiere Addolorata, lo Stato intervenne con l’apposizione di vincoli specifici.

L’emanazione di un decreto ministeriale firmato dai ministri Gui e Mancini, disciplinò gran parte del territorio imponendo vincoli differenziati. Nella zona centrale della vallata, quella occupata dai templi, un vincolo di assoluta inedificabilità avrebbe dovuto garantire l’integrità ambientale del complesso.

In venti anni, la speculazione ha imposto le sue regole e sotto gli occhi di tutti centinaia di costruzioni hanno costellato "le viste sui templi" nell’area più protetta.

Venticinque anni fa un assessore del comune di Agrigento suggerì di abbattere con le ruspe i templi che impedivano l’espansione della città verso il mare.

Se ancora oggi, come documentano i clamorosi attacchi degli abusivi al decreto Nicolosi, spalleggiati dai vecchi e nuovi amministratori agrigentini, le esigenze di tutela della Valle passeranno in secondo piano rispetto a quelle di sviluppo economico e sociale e di conservazione di un patrimonio edilizio realizzato in barba alle leggi, bisognerà cominciare seriamente a credere che abusivi sono i templi, abusiva l’intera vallata dei mandorli e degli ulivi che risale verso l’acropoli dominante.

Si vorrebbe che il parco archeologico fosse riduttivamente ricompreso tra i due fiumi, Ipsas e Akragas. Si legittimerebbero così, i più grandi abusi edilizi e centinaia di costruzioni, soprattutto nel quartiere di Maddalusa, verrebbero risparmiate dalle demolizioni.

I sostenitori di un parco che contempli solo resti in vista e che ne ostacolano la sua estensione a quelle aree dove non sono ancora stati effettuati saggi di scavo, sono evidentemente i proprietari delle oltre 2000 costruzioni abusivamente realizzate in quelle stesse aree che – sebbene vincolate – non custodiscono nel sottosuolo, a loro dire, "né frammenti di anfore, né tombe, né resti da tutelare". Il problema, dunque, sta tutto nella invalicabile diversità degli interessi contrapposti la cui mitigazione troverebbe ragione in una convergente concezione di parco archeologico: semplice recinto del monumento o recupero del contesto ambientale in cui esso sorge?

È indubbio che la definizione di un parco archeologico è cosa assai delicata. Sta alla capacità, alla sensibilità, alla intelligenza di chi vi attenda non cedere ad arbitrii, non farsi prendere la mano da rischiose emozioni capaci di indurre a falsi clamorosi o a banali ricostruzioni o al recupero di ciò che da recuperare non è. È assolutamente necessario, comunque, che il parco di Agrigento restituisca una vista omogenea del paesaggio storico e del suo contesto ambientale, da poter ammirare senza che lo sguardo venga sottratto, anche per un istante dalla edificazione di case, di alberghi o superstrade. Il parco non può non compendiare l’irrinunciabile serie di visuali, del centro urbano, del tessuto paleocristiano e bizantino, delle rupe. La sua perimetrazione deve perseguire la tutela integrale dei valori paesaggistici della valle, della sua collina col suo profilo monumentale, con le sue strutture rurali già in parte recuperate e divenute antiquaria, disseminate tra secolari ulivi lungo un suggestivo itinerario di visita.

Se così non avvenisse risulterebbe vano ogni tentativo volto a salvare il salvabile in una situazione già fortemente compromessa.

Non sembrano ipotizzabili soluzioni diverse altrimenti, si può tornare all’ordinario sistema di tutela passiva, quello per intenderci dettato dalla legge 1089/39, con la apposizione di singoli vincoli su singoli monumenti, lasciando così – per il piacere degli speculatori – che l’asfalto delle strade attraversi i templi, e che lungo le stesse si realizzino pizzerie e birrerie.

Non ha senso parlare di zona di rispetto in termini di metri dove è ancora possibile (nonostante tutto) recuperare i valori storico paesaggistici della Valle dei Templi in cui si offrono ancora le condizioni per ricreare uno scenario omogeneo, intelligentemente ricomponibile, con il ripristino degli antichi tracciati percorsi dai viaggiatori del secolo scorso, tra l’altro, a detrimento della deprecata esistente strada dei Templi.

Il senso dell’integrale recupero sarà colto nel mantenimento del significato unitario dei siti archeologici inseriti nel loro contesto ambientale e nella resa di un efficace sistema di fruizione.

Solo così potrà dirsi raggiunta la forma di tutela integrale della Valle dei Templi, a condizione però, che si riesca a far comprendere soprattutto agli abusivi e ai politici che la stretta complementarietà tra i monumenti di Agrigento e il suo ambiente naturale non va intesa come condizione emotiva o estetica; ma costituisce l’irrinunciabile elemento per la conoscenza dei fattori storici e geografici che hanno condizionato le vicende di quel territorio.

Segesta, Mozia, Paestum, e decine di altri grandi complessi archeologi del Paese, attendono che questo concetto entri a far parte del patrimonio culturale di ciascuno di noi perché anche per essi si avvii un progetto di autentico recupero che muova dalla primaria esigenza di rispetto della unitarietà archeologico-ambientale del sito.

 

da Antiqua n. 5-6/1997

 

 

 

LO STATO NO DEVE PERDERE

di Walter Mazzitti

Archeoclub d’Italia è stato la prima associazione che ha avuto il coraggio di sollevare a livello nazionale il caso di Agrigento e dell’abusivismo edilizio nella Valle dei Templi, portando a conoscenza della pubblica opinione, con la sua prima Conferenza Nazionale oltre dieci anni fa, lo scempio perpetrato con le costruzioni abusive in uno dei luoghi più famosi e più belli dell’archeologia mondiale. Il nostro più grande sdegno nei confronti delle preoccupanti prese di posizione delle forze politiche locali, che si oppongono con fortissime pressioni non solo all’abbattimento delle 28costruzioni fuori legge all’interno – colpite da tempo da ordine di demolizione – ma a qualsiasi altro provvedimento inteso a ripristinare una situazione di legalità, sposando così, con questo atteggiamento clientelare e protezionistico dei propri interessi, le ragioni insostenibili del movimento degli abusivi, di quella parte che mira a tutelare le lucrose rendite fondiarie di cui godono le ville costruite con colate di cemento sui reperti archeologici. È ora di finirla con la commedia degli equivoci recitata dai molti politici locali, che fanno finta di non sapere quello che è chiaro a tutti: difendendo gli abusivi si difendono soggetti che hanno violato la legge. Non possiamo rinunciare a ristabilire la legalità. È il momento di affermare che le leggi vanno rispettate, che le cose sono veramente cambiate. Sarebbe anche bene che i responsabili nazionali e regionali dei principali partiti che in questi giorni si sono espressi attraverso gli organi di informazione la finiscano di sostenere chi ha violato la legge, con azioni che rischiano di fomentare il disordine pubblico contro istituzioni e beni archeologici. Non possiamo tacere sul fatto che dalla parte degli abusivi stia anche il Sindaco della città, quello stesso sindaco che in un suo libro ha potuto scrivere "l’abusivismo edilizio di Agrigento è la risposta fisiologica determinata da un vincolo assurdo e iniquo che ha fatto della Valle dei Templi la piovra distruttrice della sua economia. Quando il giogo normativo è intollerabile esso viene inevitabilmente infranto e costantemente violato". Che lo abbia scritto per ragioni di consenso? O forse ignorando la ricaduta economica derivante dalla valorizzazione turistica del parco. Ma come possono sperare, il Sindaco e con lui i potentati locali, di sviluppare l’economia di Agrigento, se giustifica la distruzione della sua più grande, e forse unica, risorsa?

Per rispondere a queste pericolose parole Archeoclub d’Italia non può che far parlare il complesso archeologico di Agrigento, bene universale, che per la sua splendida ma fragilissima ed unica bellezza deve di fatto appartenere a tutto il mondo. Un’impronta di storia che testimonia la grandezza del passato non può e non deve ridursi a un cumulo di polvere per la miopia di pochi, egoisti uomini.

 

Da Antiqua n.3-4/1997