POMPEI |
| POMPEI MUORE ANCORA UNA VOLTA
di Walter Mazzitti
Ce la farà lo Stato a salvare Pompei? È un interrogativo
che si pongono in molti. Le condizioni in cui versa la città simbolo
dell’archeologia europea sono tali, da dover temere seriamente per il suo futuro.
Pompei sta morendo. La velocità del suo degrado è in forte accelerazione. Non potrà
reggere ancora per molto ad una pressione micidiale di trentamila visitatori al giorno che
la percorrono in maniera scomposta, che ne calpestano i mosaici, che ne sfregiano gli
intonaci. È lontana anni luce da una concezione moderna della fruizione. Una città
aperta a cani randagi e vandali, a predatori notturni. Si restaura ora questo ora
quell’altro edificio, in assenza di una seria pianificazione e tutto è legato alla
discontinua disponibilità di risorse finanziarie. Pompei è vittima di un sistema che non
regge più, ma lo Stato sembra non avvedersene. Riceve da Pompei sedici miliardi
all’anno per biglietti d’ingresso e gliene restituisce meno della metà, magari
nella convinzione di riservarle un trattamento di favore.Questo Stato che quasi più per
pigrizia che per decisa volontà, sopporta gestioni fallimentari pur di non impegnarsi su
nuovi fronti; sommerge praticamente il tema centrale delle riforme nelle più generali
preoccupazioni di ordine finanziario (Legge 512 dell’82), della organizzazione dei
servizi (Legge Ronchey), dell’autonomia gestionale dei musei (Legge Paolucci), del
rinnovamento dei quadri, della qualificazione del personale e dello snellimento dei
grovigli procedurali. Si comporta come per le arance in eccedenza. Tollera la burocrazia
soffocante, la chiusura di musei per mancanza di personale, i magazzini stracolmi di opere
d’arte non inventariate, tollera i furti e le rapine, dimostrando sempre più la sua
incapacità a far fronte, dignitosamente, ai suoi compiti di conservazione e di
valorizzazione del patrimonio. La città di Pompei sembra condannata a subire queste
inefficienze e i fatti purtroppo lo dimostrano.
Pompei è sola e non ha voce sufficiente per farsi ascoltare.
"Pompei regina d’Europa", "Pompei la più visitata", Pompei tocca
i due milioni di visitatori. Ecco, Pompei conquista le prime pagine dei quotidiani solo
per i suoi primati, mai o quasi per quelli tristemente negativi. L’informazione
sembra ignorare la cruda realtà di una città che sta morendoper la seconda volta. Per
sottrarre Pompei alla sua agonia è prevedibile l’impiego di imponenti risorse
finanziarie — si parla di almeno 2000 miliardi — spesa a cui lo Stato, che
attualmente destina poco più di 400 miliardi annui per la gestione dell’intero
patrimonio, non potrà mai sostenere da solo.Ed è forte il rischio che allorché la
nostra classe politica avrà un giorno acquisito un minimo di sensibilità culturale,
Pompei sarà già da tempo caduta nell’oblio. Si impone dunque, con assoluta urgenza,
anche in previsione del Giubileo del 2000, una svolta radicale che ponga Pompei al centro
dell’intero patrimonio nazionale, che diventi un laboratorio di ricerca capace di
risolvere i suoi problemi e di creare un ideale modello di sviluppo applicabile a tante
altre realtà del Paese. Un progetto globale di intervento nel quale bisognerà avere il
coraggio di abbattere le pregiudiziali ideologiche e coinvolgere concretamente anche i
privati; rafforzare e rendere davvero efficace quella timida normativa che stenta a far
decollare, realisticamente, un rapporto costruttivo e vincente nel quale il pubblico non
dovrà rinunciare ad alcuna delle sue indiscutibili prerogative.
Ma per attrarre il privato ed accrescere il volume
complessivo delle magre risorse disponibili bisognerà garantire certezze, eliminare le
tortuosità burocratiche ed offrire condizioni che agevolino efficaci apporti attraverso
strumenti innovativi, come il project financing. Bisogna fare in fretta. La velocità del
degrado non risparmia e non perdona ritardi. Le vie alternative dei finanziamenti a
pioggia, dei progetti isolati e degli interventi che inseguono l’emergenza,
condanneranno definitivamente Pompei ad una lenta e inevitabile fine.
da Antiqua "speciale Pompei"
A PROPOSITO DELLA LEGGE SU POMPEI di Walter Mazzitti È stata recentemente approvata la così detta "legge per Pompei" e ancora più recentemente dal Ministro Veltroni ne è stato illustrato il piano di sviluppo (vedi pagina. 4). Nella legge sono contenuti elementi di novità di grande importanza e potenzialità circa l’organizzazione della soprintendenza, mentre ci si muove ancora in una ottica limitata sul fronte dei privati. A scanso di fraintendimenti occorre subito precisare che sia le novità organizzative, sia quelle che riguardano l’intervento dei privati, sono lodevolissime, ben congegnate giuridicamente e da apprezzare in sé senza riserve.Ciò che si vuol dire è che mentre la nuova organizzazione della Soprintendenza (istituzione dell’area manager distinto dal soprintendente scientifico, autonomia finanziaria e contabile, istituzione di un consiglio di amministrazione, disponibilità dell’introito dei biglietti e dei servizi accessori etc.) è una iniziativa rivoluzionaria e potenzialmente capace di affrontare positivamente i problemi organizzativi non solo di Pompei, ma in prospettiva di altri grandi siti culturali, viceversa, le norme relative al coinvolgimento dei privati appaiono insufficienti a risolvere il problema nella sua globalità. In particolare ci riferiamo allo spirito della legge e non già agli strumenti che essa introduce, i quali, considerati singolarmente, sono assolutamente condivisibili. E dunque, la creazione di una apposita società (la SIBEC) che dovrebbe collocare sul mercato finanziario obbligazioni per il reperimento di capitali da destinare al restauro (della sola Pompei per il momento) è idea originale e da apprezzare.Così pure il nuovo istituto dell’adozione di una insula o di una villa pompeiana servirà senza meno a procurare fondi di privati per il relativo restauro.Ma all’evidenza tali meccanismi, da soli, sono del tutto insufficienti ad affrontare non solo il problema complessivo dei beni culturali italiani, ma anche quello più limitato, di Pompei. In effetti, come sempre accade dinanzi a problemi complessi o che richiedono rilevanti sforzi finanziari, gli strumenti da utilizzare devono necessariamente essere molteplici.Si deve cioè avere a disposizione un ventaglio di soluzioni che, nel loro insieme, permettano grande flessibilità negli interventi, adeguandosi, sia alle diverse esigenze da soddisfare per le diverse situazioni dei beni culturali, sia alle potenzialità, disponibilità e convenienza dei privati che intendano comunque investire. Per quanto concerne lo strumento della SIBEC, le obbligazioni emesse saranno garantite dagli incassi della biglietteria di Pompei. In altri termini, la remunerazione del capitale rastrellato troverà nei circa 17 miliardi annui la propria provvista, mentre la restituzione del capitale avverrà a rotazione con la emissione annuale delle successive obbligazioni.Ciò implicherà, tuttavia, la sottrazione alla Soprintendenza proprio di quella parte di flussi finanziari derivanti dalla biglietteria che pure la legge stessa, finalmente, riserva alla gestione autonoma di Pompei, ed inoltre il collocamento sul mercato dovrà avvenire a tassi sufficientemente remunerativi, soprattutto in concorrenza con i titoli pubblici cui esse sono, sostanzialmente assimilabili. I proventi della biglietteria (17 miliardi, ma in realtà assai meno poichè parte degli introiti dovrà essere certamente utilizzata dalla soprintendenza in proprio) non sembrano sufficienti a assicurare la remunerazione del capitale. Si tratta quindi di uno strumento certamente utilizzabile, ma non risolutivo. D’altro canto, la semplice adozione di una insula o villa e il conseguente sfruttamento dell’immagine concesso per tre anni è idoneo a soddisfare la sola esigenza del privato che intenda destinare parte delle disponibilità normalmente utilizzate per pubblicità, promozione o marketing, sia pure incrementate dal beneficio fiscale concesso che si traduce, in sostanza, in una maggiore disponibilità per l’operazione. Ne consegue che questo strumento si inserisce comunque nel ciclo produttivo dell’impresa adottante solo come mezzo di pubblicità o promozione aziendale, strada già ampiamente battuta anche nel passato e sostanzialmente rivelatasi limitata rispetto ai grandi problemi dei beni culturali ed alle rilevanti necessità finanziarie. Occorre quindi che, accanto a tali strumenti, destinati appunto a coprire un campo ristretto della potenzialità finanziaria offerta dal mondo imprenditoriale, si pongano altri strumenti incisivi e di maggior respiro. a proposta che Archeoclub ha formulato ormai già da diversi anni è quella di inserire il bene culturale nel processo produttivo di un nuovo tipo di intrapresa che abbia quale oggetto preminente la gestione e lo sfruttamento del bene culturale, non solo attraverso le fonti di reddito ormai ben note (biglietteria, servizi accessori) ma anche mediante la programmazione di una serie di attività economiche che nel bene culturale trovano il loro richiamo e lo strumento di realizzazione. Si va dal settore del turismo a quello della convegnistica, con i relativi servizi (trasporti, alberghieri, etc.) da quello dell’editoria alla creazione di servizi di tempo libero che ruotino intorno al bene culturale prescelto, secondo le iniziative multiformi che la fantasia imprenditoriale non mancherà di trovare. Condizione imprescindibile per realizzare ciò è tuttavia quella che il bene culturale sia affidato alla gestione complessiva dell’imprenditore, il quale, inserendolo come fattore di produzione, sarà tenuto non solo alla conservazione, vigilanza e restauro conservativo, ma anche alla promozione e miglioramento attraverso il restauro ampliativo. Si tratta, per utilizzare uno slogan di moda, ma in realtà inadeguato a descrivere il fenomeno, di "privatizzare" il bene culturale. Il termine, ovviamente, farà trasalire i più, proprio perchè in sé ambiguo e poco significante. La realtà che si propone è invece quella di mantenere in capo allo Stato (attraverso la competente Soprintendenza) oltre alla proprietà, il controllo scientifico della gestione, della conservazione e promozione del bene, affidandone la gestione completamente all’impresa alla quale, per altro, dall’osservanza alle indicazioni scientifiche e dal rispetto delle regole, riceve essa stessa un valore aggiunto, dato dalla eccellenza dell’offerta culturale sulla quale si basa il suo business. esperienza di Autostrade S.p.A. illustrata nel presente numero, va in questa direzione, anche se la mancanza attuale di uno strumento giuridico adatto ha fatto sì che nell’economia aziendale la componente puramente promozionale sia ancora prevalente. È infatti da ritenere (ma l’esperienza chiarirà meglio gli stessi conti aziendali) che la sola biglietteria e la gestione dei servizi accessori non siano in grado di coprire interamente i costi di custodia, vigilanza, manutenzione e restauro conservativo e ampliativo dell’area, sì che evidentemente l’impresa potrà registrare per sé perdite, che la Autostrade S.p.A. si accollerà in conto di pubblicità e promozione. Anche una tale iniziativa, dunque, si muove ancora, sotto il profilo economico e finanziario, nell’ambito della vecchia ottica di marketing, ma già costituisce un primo esempio di gestione complessiva affidata al privato e quindi una soluzione intermedia. Anche tale strumento, dunque, appare per sé insufficiente, ma appunto non deve essere abbandonato bensì affiancato agli altri della adozione, della sponsorizzazione e, auspicabilmente, della "privatizzazione" per costituire appunto quel ventaglio di flessibili strumenti di cui si accennava all’inizio. Anche sotto il profilo finanziario l’utilizzazione di parte degli introiti della biglietteria potrebbe essere assai migliore se essi fossero destinati a coprire mutui agevolati proprio per le imprese del tipo descritto. In effetti agevolando il credito all’impresa ad esempio per il 4% con limite di impegno sul bilancio della soprintendenza di 10 miliardi annui, si favorisce il ricorso al credito per 250 miliardi annui, il che non appare poco anche ai fini dell’incentivo a nuove imprese e quindi a nuovi posti di lavoro. Sembra tuttavia, anche alla luce di recenti dichiarazioni del Ministro Veltroni, che la strada della gestione privata di musei e siti archeologici sia preclusa per una sorta di pregiudiziale ideologica che vede in ciò una specie di "svendita" del patrimonio culturale italiano. Si tratta, a nostro modo di vedere, di una visione distorta da una non precisa comprensione dei fenomeni. Mantenere in capo allo Stato la proprietà e la vigilanza scientifica sui beni culturali, ma al contempo avviare un meccanismo che ne permetta realmente la conservazione, promozione e valorizzazione, sia pure attraverso un profitto dell’imprenditore, non appare una abdicazione dello Stato ai suoi compiti primari nel settore. Non si dimentichi, infatti, che la demanialità del patrimonio culturale italiano e l’affidamento allo Stato dei compiti relativi sono previsti dalla legge fondamentale del 1942 proprio per garantire che lo Stato assicuri quanto meno la conservazione, se non l’ampliamento ed il miglioramento, del patrimonio culturale nonchè la fruizione da parte dei cittadini. Esattamente quei compiti che oggi lo Stato italiano non è assolutamente in grado di assicurare a causa della assoluta impossibilità di fare fronte al fabbisogno finanziario necessario. i è quindi da chiedersi se sia più tutelato l’interesse pubblico mantenendo la gestione di un museo in capo alla soprintendenza, lesinando i fondi, centellinando i restauri, mantenendo chiusi i magazzini ed imballate centinaia di opere per mancanza di aree e di mezzi finanziari, chiudendo progressivamente sale di esposizione (o insule come a Pompei negli ultimi dieci anni), limitando la fruibilità e infine subendo furti e danneggiamenti, o viceversa affidando la gestione ad un’impresa il cui interesse sia nel curare che l’offerta culturale – che costituisce il business – sia sempre al massimo livello e dunque programmando i restauri, ruotando i magazzini e quindi variando l’offerta culturale con una programmazione pluriennale, ampliando quanto più possibile lo spazio e i tempi di esposizione e quindi, in ultima analisi, ampliando la fruibilità. Comunque quel che importa è che il ghiaccio è stato rotto e noi siamo certi che l’esperienza aiuterà a raffinare e modellare le scelte compiute alle concrete esigenze che di volta in volta si presenteranno. Da parte nostra, con una punta d’orgoglio, possiamo oggi constatare che le nostre idee – sostenute con vigore da oltre dieci anni – in un sol colpo stanno trovando effettiva attuazione: l’ingresso dei privati nella gestione, l’adozione dei beni, un laboratorio per Pompei, un piano globale di intervento per l’intera area pompeiana, l’illuminazione notturna degli scavi. Vi pare poco? da Antiqua n.1-2/1998 UN MATRIMONIO ALL’ITALIANA di Walter Mazzitti Nella legge per Pompei sono contenuti elementi di novità di grande importanza e potenzialità circa l’organizzazione della Soprintendenza, ma ci si muove ancora in un’ottica molto limitata sul fronte dei privati. La creazione di una apposita società (la SIBEC) che dovrebbe collocare sul mercato finanziario obbligazioni per il reperimento di capitali da destinare al restauro (della sola Pompei per il momento) è idea originale e da apprezzare. Così pure il nuovo istituto dell’adozione dell’immagine di una insula o di una villa pompeiana rappresenta un notevole passo avanti. Ma all’evidenza tali meccanismi, da soli (indipendentemente dalla loro portata), sono del tutto insufficienti ad affrontare il problema complessivo di Pompei. In effetti, come sempre accade dinanzi a problemi che richiedono rilevanti sforzi finanziari, gli strumenti da utilizzare devono necessariamente essere molteplici. Si deve cioè avere a disposizione un ventaglio di soluzioni che, nel loro insieme, permettano grande flessibilità negli interventi, adeguandosi, sia alle diverse esigenze da soddisfare per le diverse situazioni dei beni culturali, sia alle potenzialità, disponibilità e convenienza dei privati che intendano comunque investire. Come si diceva, la SIBEC, dovrà collocare sul mercato titoli obbligazionari per indirizzare capitali verso Pompei e altri siti e monumenti per i quali si rendono necessari interventi di recupero e di sostegno. Le obbligazioni emesse, secondo la legge, saranno garantite dagli incassi della biglietteria di Pompei. In altri termini, la remunerazione del capitale rastrellato troverà nei circa 18 miliardi annui la propria provvista, mentre la restituzione del capitale avverrà a rotazione con la emissione annuale delle successive obbligazioni. Ciò implicherà, tuttavia, la sottrazione alla Soprintendenza proprio di quella parte di flussi finanziari derivanti dalla biglietteria che pure la legge stessa, finalmente, riserva alla gestione autonoma di Pompei; ed inoltre il collocamento sul mercato dovrà avvenire a tassi sufficientemente remunerativi, soprattutto in concorrenza con i titoli pubblici cui esse sono, sostanzialmente assimilabili. A nostro parere i proventi della biglietteria non sembrano sufficienti a assicurare la remunerazione del capitale. Si tratta quindi di uno strumento utilizzabile, ma non certo risolutivo. La semplice adozione di una insula o villa e il conseguente sfruttamento dell’immagine concesso per tre anni è idoneo a soddisfare la sola esigenza del privato che intenda destinare parte delle disponibilità normalmente utilizzate per pubblicità, promozione o marketing, sia pure incrementate dal beneficio fiscale concesso che si traduce, in sostanza, in una maggiore disponibilità per l’operazione. Ne consegue che questo strumento si inserisce comunque nel ciclo produttivo dell’impresa adottante solo come mezzo di pubblicità o promozione aziendale, strada già ampiamente battuta anche nel passato e sostanzialmente rivelatasi limitata rispetto ai grandi problemi dei beni culturali ed alle rilevanti necessità finanziarie. Occorre quindi che, accanto a tali strumenti, destinati appunto a coprire un campo ristretto della potenzialità finanziaria offerta dal mondo imprenditoriale, si pongano altri strumenti incisivi e di maggior respiro. Richiedere al privato di sostenere il restauro, ma estraniarlo completamente dalla procedura può risultare del tutto controproducente. In primo luogo il restauro stesso, in quanto commesso dalla P.A.deve transitare attraverso le procedure pubbliche, il che comporta tempi lunghi e, nella maggior parte dei casi, una lievitazione dei costi. Mentre il privato che agisce in proprio spunta prezzi migliori ed ha maggiore efficienza. In secondo luogo l’interposizione della procedura amministrativa deresponsabilizza il privato, lo tiene al margine della iniziativa e, in prospettiva, scoraggia le imprese ad attivare la procedura.Quale impresa si assumerebbe l’onere di un restauro per una utilizzazione in tempi brevi della relativa sponsorizzazione con il rischio che la gara di appalto rimanga paralizzata per anni, ad esempio per un ricorso contro la procedura? Né le attuali norme permettono al Ministero di garantire il privato sul rispetto dei tempi, dato che, sostanzialmente, la P.A. può essere paralizzata in qualsiasi momento da un qualsiasi controinteressato. Riteniamo, in effetti, che il meccanismo più favorevole sia quello di affidare direttamente al privato il restauro del bene, sia pure sotto il controllo tecnico della Soprintendenza (sia per quanto concerne la direzione dei lavori che la direzione artistica) che rimarrebbe comunque il dominus delle scelte tecniche e contenutistiche del restauro: ne redigerebbe o approverebbe il progetto, ne curerebbe la realizzazione, impartirebbe le necessarie disposizioni e così via. Ciò è ancor più necessario in quanto, come è noto, nella attuale era mass mediale conta, nel nostro settore, non solo il risultato finale, ma anche il cosiddetto work in progress: il restauro è, di per sé, già fonte di ritorno economico e dunque incentiva il privato all’investimento. Del resto non serve ricordare l’operazione di restauro della Cappella Sistina, nella quale la direzione vaticana ha imposto ogni scelta, anche di dettaglio, e la impresa sponsorizzatrice si è limitata a sostenere i restauri e a sfruttare l’evento. La soddisfazione, è stata totalmente reciproca che oggi la Santa Sede è proprietaria di un bene inestimabile restaurato a costo zero. In definitiva sono ipotizzabili decine e decine di cautele applicabili, ma ciò che è assolutamente irrinunciabile è, a nostro avviso, che l’intervento del privato sia diretto. La proposta che Archeoclub ha formulato ormai già da diversi anni è quella di inserire il bene culturale nel processo produttivo di un nuovo tipo di intrapresa che abbia quale oggetto preminente la gestione e lo sfruttamento del bene culturale, non solo attraverso le fonti di reddito ormai ben note (biglietteria, servizi accessori) ma anche mediante la programmazione di una serie di attività economiche che nel bene culturale trovano il loro richiamo e lo strumento di realizzazione. Si va dal settore del turismo a quello della convegnistica, con i relativi servizi (trasporti, alberghieri, etc.) da quello dell’editoria alla creazione di servizi di tempo libero che ruotino intorno al bene culturale prescelto, secondo le iniziative multiformi che la fantasia imprenditoriale non mancherà di trovare. Condizione imprescindibile per realizzare ciò è tuttavia quella che il bene culturale sia affidato alla gestione complessiva dell’imprenditore, il quale, inserendolo come fattore di produzione, sarà tenuto non solo alla conservazione, vigilanza e restauro conservativo, ma anche alla promozione e miglioramento attraverso il restauro ampliativo. Si tratta, per utilizzare uno slogan di moda, ma in realtà inadeguato a descrivere il fenomeno, di "privatizzare" il bene culturale. Il termine, ovviamente, farà trasalire i più, proprio perchè in sé ambiguo e poco significante. La realtà che si propone è invece quella di mantenere in capo allo Stato (attraverso la competente Soprintendenza) oltre alla proprietà, il controllo scientifico della gestione, della conservazione e promozione del bene, affidandone la gestione completamente all’impresa alla quale, per altro – dall’osservanza alle indicazioni scientifiche e dal rispetto delle regole – riceve essa stessa un valore aggiunto, dato dalla eccellenza dell’offerta culturale sulla quale si basa il suo business. L’esperienza di Autostrade S.p.A. illustrata nel presente numero, va in questa direzione, anche se la mancanza attuale di uno strumento giuridico adatto ha fatto sì che nell’economia aziendale la componente puramente promozionale sia ancora prevalente. È infatti da ritenere (ma l’esperienza chiarirà meglio gli stessi conti aziendali) che la sola biglietteria e la gestione dei servizi accessori non siano in grado di coprire interamente i costi di custodia, vigilanza, manutenzione e restauro conservativo e ampliativo dell’area, sì che evidentemente l’impresa potrà registrare per sé perdite, che la Autostrade S.p.A. si accollerà in conto di pubblicità e promozione. Anche una tale iniziativa, dunque, si muove ancora, sotto il profilo economico e finanziario, nell’ambito della vecchia ottica di marketing, ma già costituisce un primo esempio di gestione complessiva affidata al privato e quindi una soluzione intermedia. Anche tale strumento, dunque, appare per sé insufficiente, ma non deve essere abbandonato bensì affiancato agli altri della adozione, della sponsorizzazione e, auspicabilmente, della "privatizzazione" per costituire quel ventaglio di flessibili strumenti di cui si accennava all’inizio. Sembra tuttavia, anche alla luce delle dichiarazioni dell’ex Ministro Veltroni, che la strada della gestione privata di musei e siti archeologici sia preclusa per una sorta di pregiudiziale ideologica che vede in ciò una specie di "svendita" del patrimonio culturale italiano. Si tratta, a nostro modo di vedere, di una visione distorta da una non precisa comprensione dei fenomeni. Mantenere in capo allo Stato la proprietà e la vigilanza scientifica sui beni culturali, ma al contempo avviare un meccanismo che ne permetta realmente la conservazione, promozione e valorizzazione, sia pure attraverso un profitto dell’imprenditore, non appare una abdicazione dello Stato ai suoi compiti primari nel settore. Non si dimentichi, infatti, che la demanialità del patrimonio culturale italiano e l’affidamento allo Stato dei compiti relativi sono previsti dalla legge fondamentale del 1942 proprio per garantire che lo Stato assicuri quanto meno la conservazione, se non l’ampliamento ed il miglioramento, del patrimonio culturale nonchè la fruizione da parte dei cittadini. Esattamente quei compiti che oggi lo Stato italiano non è in grado di assicurare a causa della assoluta impossibilità di fare fronte al fabbisogno finanziario necessario. Vi è quindi da chiedersi se sia più tutelato l’interesse pubblico mantenendo la gestione di un museo in capo alla Soprintendenza, lesinando i fondi, centellinando i restauri, mantenendo chiusi i magazzini ed imballate centinaia di opere per mancanza di aree e di mezzi finanziari, chiudendo progressivamente sale di esposizione (o insule come a Pompei negli ultimi dieci anni), limitando la fruibilità o viceversa affidando la gestione ad un’impresa il cui interesse sia nel curare che l’offerta culturale – che costituisce il business – sia sempre al massimo livello e dunque programmando i restauri, ruotando i magazzini e quindi variando l’offerta culturale con una programmazione pluriennale, ampliando quanto più possibile lo spazio e i tempi di esposizione e quindi, ampliando la fruibilità. Quel che importa, comunque, è che il ghiaccio sia stato rotto e noi siamo certi che l’esperienza e le capacità del Soprintendente e del direttore amministrativo di Pompei, aiuteranno a raffinare e modellare le scelte compiute alle concrete esigenze che di volta in volta si presenteranno. da Antiqua "Pubblico e Privato"
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