I numeri del nonprofit
La dimensione delle istituzioni nonprofit è assai diversificata. A fianco, infatti, di microorganizzazioni, caratterizzate da ridotta dimensione economica e utilizzo di personale volontario, coesistono grandi istituzioni che si distinguono per la coesistenza della dimensione economica e per l’impiego di dipendenti. Cerchiamo di capire di più di questo fenomeno
Le Istituzioni e le Imprese Non Profit in Italia sono circa 220.000. Questo è quanto emerge dall’indagine Istat condotta nel 1999. Di queste, metà è localizzata nell’Italia settentrionale e circa i due terzi svolgono attività nel settore della Cultura, sport e ricreazione. Il 55.2% è nato nel corso dell’ultimo decennio a conferma della novità del fenomeno. Nel 91.3% dei casi parliamo di associazioni, riconosciute (61.313) e non (140.746). Sono attive anche 3.008 fondazioni e 4.651 cooperative sociali, le quali ricoprono un ruolo molto significativo per le attività svolte, la quota di occupati utilizzati e la consistenza economica delle loro iniziative. Nelle istituzioni nonprofit sono impiegati 630 mila lavoratori retribuiti, e a questi vanno ad aggiungersi 3.2 milioni di volontari, 96 mila religiosi e 28 mila obiettori di coscienza. Le istituzioni nonprofit italiane dichiarano circa 73 mila miliardi di lire in entrate e 69 mila miliardi di uscite. I valori economici sono distribuiti in modo disomogeneo tra i settori di attività prevalente, sia in termini assoluti che in termini medi. Il 60% delle entrate complessive si concentra in assistenza sociale, sanità, cultura, sport e ricreazione. Le istituzioni di dimensione economica maggiore sono attive, rispetto alle entrate medie, nel settore delle altre attività (cultura e sport), nella sanità e nel volontariato. 113.173 delle istituzioni nonprofit attive in Italia sono localizzate nel Settentrione. Nel Centro risultano presenti 46.966 e nel Mezzogiorno 61.273. Per quanto riguarda le forme giuridiche, le istituzioni nonprofit sono costituite da associazioni non riconosciute, 63.6%, associazioni riconosciute 27.7%, cooperative sociali 2.1%, comitati 1.7%, fondazioni 1.4%, e per il restante 3.6% da istituzioni che hanno adottato un’altra forma giuridica. La dimensione delle istituzioni nonprofit è assai diversificata. A fianco, infatti, di microorganizzazioni, caratterizzate da ridotta dimensione economica e utilizzo di personale volontario, coesistono grandi istituzioni che si distinguono per la coesistenza della dimensione economica e per l’impiego di dipendenti. Cerchiamo di capire di più di questo fenomeno. Il Nonprofit ha nella storia precedenti significativi. Racconta M. Foucault che nel XVIII secolo la legge inglese decise la privatizzazione dell’assistenza e codificò la beneficenza. Questa decisione favorì la proliferazione di società cosiddette "di amici", di enti di assicurazione e di mutuo soccorso, cioè di forme varie che "assecondano la felicità degli individui e diminuiscono in pari tempo le spese pubbliche". Oggi le concezioni mo derne sul terzo settore possono essere ridotte a tre: terzo settore come espressione di una antica concezione caritativa filantropica; terzo settore come mezzo di contenimento dei fenomeni di esclusione, di lenimento degli effetti più feroci del capitalismo mondializzato; terzo settore come moderna via per affermare una nuova economia sociale. La prima posizione deriva chiaramente dalla concezione più tradizionale della Chiesa Cattolica, la seconda dall’ala meno darwinista del capitalismo attuale, la terza posizione porta in sé elementi di grande interesse per le implicazioni politiche e sociali. Nell’espressione terzo settore è talvolta implicita una valenza politica, la ricerca di una sorta di "terza via" tra capitalismo e la pianificazione statale, anche se chi usa questa definizione tende ad includervi organizzazioni che in altri paesi sono escluse dalla definizione di settore nonprofit, come ad esempio le cooperative. In questo senso, infatti, la definizione si avvicina maggiormente a quella francese di "economia sociale", che include le organizzazioni senza fine di lucro, le mutue e le cooperative. Il terzo settore alimenterebbe così i valori della solidarietà, della democrazia e della partecipazione, generando così "capitale sociale". Questo è quanto sostengono i sociologi e i politologi. Certo è che il terzo settore per i servizi che produce, per l’innovazione ed il grado di qualità, ma anche per l’efficienza e l’efficacia è creatore di posti di lavoro. L’interesse generale per il settore Nonprofit nel periodo più recente deriva dal fatto che una grande platea di osservatori individua nel proprio sviluppo la possibilità di ridurre il costo dei servizi per la collettività e di incrementarne la qualità e la quantità a parità di costo. L’interesse del legislatore per il contributo che il Nonprofit può offrire per attenuare il problema delle limitate risorse disponibili è testimoniato dall’approvazione della riforma degli enti non commerciali con l’istituzione della nuova figura dell’as sociazione non lucrativa di utilità sociale (Onlus). Lo Stato ha incoraggiato queste associazioni ad assumersi la responsabilità della prestazione di servizi a integrazione o sostituzione dell’ente pubblico, stabilendo l’esenzione delle imposte dirette dei proventi derivanti dalle attività svolte in attuazione degli scopi istituzionali e la deducibilità fiscale delle erogazioni liberali a favore delle Onlus. Lo Stato favorisce ed incentiva le organizzazioni di volontariato a condizione che siano iscritte negli appositi registri con delle misure come: la previsione di una forma di lavoro gratuito, disponibilità di finanziamenti sia pubblici e destinati al sostegno di specifiche attività o dai rimborsi derivanti da attività svolte in convenzione, sia da privati, con agevolazioni fiscali per lasciti e donazioni ed anche per gli enti creditizi di destinare a tali attività un quindicesimo dei propri proventi annui, nonché la previsione di meccanismi assicurativi semplificati per adempiere all’obbligo di assicurare gli aderenti. Le attività svolte, affinché possano essere considerate non commerciali, devono rientrare in queste categorie: assenza di finalità lucrative, obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione a favore di attività istituzionali statutariamente previste, norme di ordinamento interno ispirate ai principi di democrazia, obbligo di redazione dei rendiconti finanziari, obbligo di devoluzione del patrimonio finale ad altri enti. Il settore Nonprofit può attrarre risorse aggiuntive dal settore privato sotto forma di donazioni, può ridurre asimmetrie informative per i consumatori, può utilizzare il lavoro volontario e remunerare il fattore lavoro meno che nel pubblico o nel privato, e inoltre può fornire incentivi ai lavoratori che migliorino l’ef ficienza organizzativa e produttiva. L’obbligo della trasparenza e il sistema dei controlli sono volti a garantire l’effettivo perseguimento degli scopi istituzionali dell’ente, verificando la conformità dell’operato degli organi di gestione ai doveri fiduciari ai quali essi sono tenuti. L’obbligo di trasparenza costituisce infatti un’importante deterrente alla violazione del non distribution constraint e del vincolo di eterodestinazione. L’altro volto della trasparenza, quello esterno, si scontra con la difficoltà di monitorare l’efficienza delle organizzazioni non lucrative attraverso l’utilizzazione degli indicatori economici tradizionali. Mentre, infatti, per le imprese for profit il reddito costituisce il principale parametro con cui misurare il grado di raggiungimento degli obiettivi aziendali, nel caso delle organizzazioni prive di scopo lucrativo, che però tendono alla massimizzazione del soddisfacimento dei propri utenti, quest’ultimo potrebbe essere un parametro efficace su quanto possa essere efficace il modo di operare, e la struttura di un ente.
Elisabetta Pezzola