Aprilia
Il cuore antico di una città nuova
Sentirsi legati al proprio territorio è anche questione di storia: quanto più antiche sono le origini, tanto maggiore è il senso di appartenenza, quasi un orgoglio per quello che dal passato è giunto, in sedimentazione continua, a formare connotati comuni, segni distintivi che sono propri soltanto di quella terra e che, perpetuati nella invisibile tradizione del pensiero, consentono ai cittadini di riconoscersi in una forma culturale loro propria. Anche ad Aprilia, città di fondazione e quindi dalla storia ancora troppo breve, si cerca un passato a cui fare riferimento, su cui poggiare la storia nuova della comunità cittadina, e il territorio sta generosamente fornendo elementi di ricostruzione di grande rilievo. Già durante i lavori di bonifica delle paludi pontine emersero interessanti frammenti della storia più antica dell’uomo, con le migliaia di strumenti in selce risalenti per la mag gior parte al periodo musteriano, ma queste presenze così lontane nel tempo non hanno dato identità ai luoghi e sono rimaste, per così dire, separate dal nostro sentire storico. Le testimonianze sparse di questi lontani cugini dell’uomo sono un ottimo documento di studio, sono bellissime da vedere, insieme ai resti dei pachidermi che una volta popolavano l’agro pontino, nella mostra allestita in occasione del convegno, ma non ci consentono di leggere il complesso mondo dei costumi e delle credenze a cui fare riferimento e a cui collegarsi storicamente. Il lungo "silenzio" archeologico, interrotto qua e là da sporadiche tracce del Paleolitico superiore e della prima Età dei metalli, ha fine con una scoperta di grande rilievo: due tombe a cremazione rinvenute, ma è più giusto dire "salvate", dai soci della sede ArdeatinoLaurentino. Qui troviamo i primi elementi per iniziare a scrivere una vera storia del territorio di Aprilia. Nelle tombe si sono ritrovati tre ossuari biconici, poiché la prima tomba a fossa ne conteneva due, indice di appartenenza ad un rango sociale notevole dei defunti lì deposti. Questi ossuari, databili tra la fine del XIII e l’inizio del XII sec. a.C., rientrano nell’orizzonte culturale villanoviano, quello su cui si svilupperà poi la civiltà etrusca, mentre la decorazione a lamelle di bronzo di uno di essi e di una ciotola di copertura ci presentano tecniche e schemi decorativi che ritroviamo sia nella Grecia tardomicenea che nel coevo mondo alpino, e a complicare le cose si aggiungono un paio di fibule di bronzo, che si confrontano molto bene con quelle che conosciamo in Sicilia e nell’Italia centromeridionale fino all’Etruria. Altri ritrovamenti, come i ripostigli di bronzi del Rimessone e di Fossignano, ci portano all’XI secolo a.C. Siamo ormai nella fase finale dell’Età del bronzo, e gli influssi culturali sembrano restringersi alla sola Etruria. I sepolcreti del X sec. ci fanno assistere ad una differenziazione in cui si percepisce la nascita della civiltà latina. Dunque, possiamo dire di trovarci all’inizio in un ambiente culturale molto ricettivo, aperto ad influssi di provenienza diversa, forse un punto di incrocio di vie commerciali, dominato poi sempre più chiaramente dalla cultura etrusca (i Rutuli che abitavano in questa regione e Turno, loro re, hanno nomi di evidente matrice etrusca), fino a che, all’inizio dell’Età del ferro, la civiltà latina assume contorni propri e definiti. Ma non cessano i contatti con altre culture, come testimoniano le influenze etrusche nelle necropoli, ad esempio Valle Carniera, dove troviamo tombe a camera e perfino una tomba a tumulo di chiara derivazione etrusca. L’importanza della componente latina nella civiltà romana è storia conosciuta, su cui non è necessario tornare, ma forse è il caso di sottolineare ancora una volta l’apertura di questa terra agli influssi esterni e la sua capacità di metabolizzarli. Ce ne offrono l’oc casione due sculture del periodo adrianeo, la statua della dea Cibele e il rilievo, famosissimo, dell’Antinoo Silvano. Il luogo del ritrovamento fa pensare all’appartenenza di queste due opere ad un medesimo monumento, probabilmente un sacrario della dea Cibele, come suggerisce il professor Lorenzo. Quilici. In questo caso avremmo qui, oltre all’accoglimento della divinità orientale già stabilmente installatasi nell’area dell’impero romano, la fusione dell’antico dio latino Silvano con un personaggio del corteggio di Cibele. Ancora una volta il territorio pontino dimostra di saper accogliere elementi estranei alla sua cultura, senza per questo dimenticare le sue tradizioni più profonde, tra le quali era anche il culto privato del dio Silvano, onorato soprattutto nel mondo rurale e nei boschi, dove se ne sentiva aleggiare lo spirito in ogni luogo. Dai marmi romani alle torri medievali e ai piccoli feudi, fino al barocco del palazzo Borghese di Carroceto, ai casali e agli insediamenti rurali dell’inizio del Novecento, il territorio offre alla città di fondazione, alla giovane Aprilia, i riferimenti culturali della sua lunga storia.
Anna Barra